Chi è senza peccato

Un altro strano sogno dei miei, di quelli che diventano dei film.

1890, nella piazza di un piccolo paese. La piazza è grande e larga; l’unica strada per accedervi è una discesa abbastanza ripida, protetta solo da una ringhierina di ferro battuto. È domenica mattina e la piazza è gremita di tutte le brave famiglie che sgranchiscono le gambe dopo l’estenuante messa.

All’inizio della discesa la famiglia del medico (il giovane medico del paese, amato e rispettato da tutti per i suoi soldi più che per la sua professione) si è fermata a chiacchierare con quella dell’avvocato. L’avvocato è anziano, basso e grasso ed è fiancheggiato da sua moglie – che sembra più una sua ridicola copia in versione femminile: i due, con il loro spessore, occupano tre quarti della strada. Così l’elegante e arrogante medico e la sua sposa, che gli tiene testa sicuramente per quanto riguarda l’arroganza, arretrano sempre più verso la ringhierina, non calcolando di schiacciare, così,  a loro volta la loro bambinaia, che imbarazzata non sa più dove mettere lei e come mettere in salvo la carrozzina con la bambina.

La bambinaia ha un aspetto che suggerisce una vita molto triste: abiti dignitosi nella forma, quasi monacali, ma lisi e dai colori (anche se scambiati) scuri – che suggeriscono l’assenza di una famiglia propria, di una vita oltre quella della servitù. Unico vezzo è un cappellino nero con la veletta, ma anche questo è molto consumato, perché sicuramente in precedenza sarà appartenuto alla signora e ora sarà stato “benevolmente” ceduto alla bambinaia. 

Ad un certo punto la tragedia: la bambinaia, con la sua vergogna perenne e per la sua volontà di sparire ed essere meno ingombrante e fastidiosa possibile, arretra sempre più, fino a premersi contro la ringhierina di ferro. Avvocato e consorte avanzano, medico e signora arretrano. La bambinaia spinge più avanti la carrozzina con la bimba per non tenerla contro la ringhiera, ma in questo modo la slanciata troppo avanti e perde la presa; contemporaneamente le sue gambe premono troppo contro la ringhiera e, disgrazia vuole, era giusto il punto in cui la ringhiera stava cedendo. Ennesima pressione, la ringhiera cede, la bambinaia vola giù, cade sulla piazza e muore all’istante.

Il gelo nella piazza dura una frazione di secondo, poi donne che urlano e uomini che portano via mogli e figli. Ma la folla non si era ancora diradata del tutto quando un ombra scura si alza sopra il cadavere della povera bambinaia: l’ombra ha le sembianze della bambinaia stessa, ma con un viso più scuro e la piccola veletta nera si è trasformata in un lungo velo spesso nero che la avvolge dalla testa ai piedi. L’ombra allunga un dito accusatore verso il medico e la moglie e, con una voce acuta, stridula, che entrava nelle ossa, grida tutti i torti che ha subito da loro e tutti i torti che il medico ha fatto a tutti i suoi pazienti. Il medico e la moglie sono presi dal terrore e negano tutto, ma questo fa solo adirare la grande ombra, che con un ultimo grido d’aquila si getta su di loro, li avvolge nel suo velo nero e li porta con sé sotto terra.

Ancora ai giorni nostri l’ombra si manifesta nella piazza: attende il momento in cui è gremita di gente per apparire, puntare il suo indice inquisitorio verso un peccatore ed elencare tutti i suoi torti; se il malcapitato osa negare quanto ha fatto verrà rapito dall’ombra, ma se ammettere tutti i suoi errori verrà lasciato in vita e nella vergogna.

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