Il prezzo del mercato

No, non parlerò di economia (anche perché non ne capisco un cazzo). È che stamattina sono stata al mercato e riflettevo.

Se davvero la crisi economica ha portato molta gente a dover modificare lo stile di vita, l’istinto porterebbe a credere a un aumento delle persone che fanno spesa al mercato. Sì, la roba è di qualità peggiore rispetto a quella dei negozi e alcuni vendono anche roba usata – cosa che a molte persone fa ancora ribrezzo, come se si trattasse delle divise dei soldati morti nella seconda guerra mondiale – ma il prezzo è decisamente minore e, per chi non ha soldi (come me), questo vuol dire molto. Non ci compri il vestito per andare al matrimonio del figlio di zio Peppino, ma una maglia per quando devi fare il ragù e ti fai a chiavica la si può comprare. 

Eppure sono poche le persone che ci vanno, di anno in anno sempre meno. Tra l’altro i pochi che ci vanno hanno un’età media di 50 anni, che vira sempre più verso la sessantina per quanto riguarda i venditori di usato. Dove sono le giovani famiglie, che hanno stipendi da miseria ma che devono andare avanti lo stesso? Dai cinesi! Perché il mercato di ieri è diventato il negozio dei cinesi di oggi.

Con la differenza che il negozio dei cinesi offre quella discrezione, quella privacy che il mercato, fatto all’aria aperta in pubblica piazza, non potrà mai offrire. Compri l’imitazione di Gucci, così nessuno verrà a sapere che costa solo 5 euro e non 85. Salvi l’apparenza, la gente dovrà aguzza la vista e l’intelletto prima di capire che hai le pezze al culo. 

Ma ne siete così sicuri?

P.S. Io me ne foto della privacy e vado comunque al mercato a comprare maglie usate da 1 euro.

A casa del santone

Su una montagna, isolata dai centri abitati a valle, c’è una grotta poco più grande di un misero monolocale. Dentro vi abita un santone, che ha optato per il ritiro dalla vita in comune con gli altri esseri umani per raggiungere la pace interiore.

Oh! Finalmente un po’di silenzio! Non si può meditare nel frastuono delle città. E poi le persone… più passano i secoli e più diventano ignoranti. So che il mio compito sarebbe di dare fiducia all’umanità e di provare a salvarla, a portarla verso la conoscenza della verità e del bene, ma dopo così tanti fallimenti il coraggio viene a mancare.

Parli di uguaglianza e loro capiscono che si è tutti uguali, ma solo in un ristretto gruppo di persone. Parli di pace e loro capiscono che è necessaria preservare la pace del proprio paese dando fuoco a quello vicino. Parli di ricerca del sé interiore e loro la usano come scusa per fare e dire cose turpi, tanto “Questo sono io e vado accettato così come sono”.

Inutile, tutto inutile. Tutto quello che mi rimane da fare e concentrarmi sulla pace interiore per raggiungere il Nirvana e, una volta fatto, sarò in grado di affrontare le avversità di questa vita e di quante altre vivrò e incontrerò. 

Calma e silenzio. Calma, pace e silenzio. Calma…

Silenzio assoluto. Non un alito di vento. Il santone da un colpo di tosse, per schiarire la voce. Ripiomba il silenzio. Il santone sembra un po’ inquieta dal silenzio intangibile, ma poi squote la testa, il viso si distende,  e lui si siede e inizia a meditare. Non si capisce se sia più l’altezza o il silenzio, ma le orecchie del santone battono forte e, a occhi chiusi, sente come se stesse al limite del burrone. Apre di scatto gli occhi, ma è solo seduto nella sua grotta. È tutto normale, dunque, può tornare a meditare. Non c’è nessun burrone accanto a lui, l’ha verificato, ma il panico non si è placato per niente. È opprimente, è come se un’enorme mano lo avvolgesse e comprimesse; non lo schiaccia, ma lo immobilizza, lo fa sentire impotente. Scrolla le spalle per liberarsi dalla morsa, ma non c’è nessuna mano reale che lo sta stringendo, quindi le spalle si possono muovere liberamente. È il silenzio che lo sta schiacciando. E preme, comprime, stringe…

Un’aquila passa in volo davanti alla grotta e lancia un grido stridulo.

Maledetto uccellaccio, sto tentando di meditare! Nemmeno in montagna si può stare tranquilli, è meglio che me ne torno a casa.

Dipende

La saggezza è, in realtà, incertezza: se si da per scontato che quelle poche conoscenze che uno ha sono il sapere in generale non si potrà mai conoscere davvero tutto.

La mia è solo una riflessione personale, per carità! Non vorrei impormi su secoli e secoli di filosofia con dei pensieri stupidi che mi sono venuti in mente mentre sudavo per fare un po’ di yoga. Però ci ho pensato e credo sia così: l’unico modo per continuare a conoscere, a imparare senza mai stancarsi, è avere la coscienza di non avere la pura verità tra le mani.

Mi spiego meglio: se io so che il vaso di casa mia è blu e do per scontato che questa mia conoscenza è certa e universale andrà a finire che crederò che tutti i vasi della Terra siano blu, quindi mi creerei una falsa conoscenza. Se, invece, mi chiedo se davvero il mio vaso sia blu e, pure se fosse, se anche quello degli altri lo è allora imparerò nuove cose: scoprirò che ognuno a casa sua può scegliere un vaso di un colore qualsiasi e che il mio stesso vaso blu non è blu agli occhi di un daltonico.

Spostando il discorso sulle religioni – che sono da sempre l’argomento più cagacazzo della storia dell’uomo – come si fa a sapere che il tuo Dio è l’unico, quello vero, verità rivelata? E’ quello con cui sei cresciuto, ti hanno imbottito di quegli insegnamenti e quelle regole morali quindi non riesci a credere che un altro Dio, che magari richiede sacrifici umani, possa essere quello giusto. Ma in fondo come fai a saperlo?

E così mi sono creata l’esempio dell’ornitorinco nell’oceano. Poniamo il caso che tu sia un ornitorinco e che tu sei nato e vissuto nel bel mezzo dell’oceano, dove la terra ferma non si vede nemmeno all’orizzonte. Visto che sei nato e vissuto nell’acqua crederai di essere un pesce, come tutti gli altri che ti circondano, e di non essere nemmeno in grado di vivere e camminare sulla terra ferma. Poi, però, per una spinta delle correnti o per un rapimento degli umani finisci sulla terra ferma e ti accorgi che le tue zampettine riescono a farti muovere anche lì. L’avresti mai detto? No! Mai e poi mai, finché non l’hai provato con le tue zampe. Quindi la tua convinzione di prima, che sembrava essere l’unica possibile, si è rivelata falsa.

Ecco, per me con le religioni è la stessa cosa: sono cresciuta col cristianesimo, ma non mi ha mai convinta del tutto perché mi chiedevo sempre se tutti la pensassero così, se fosse plausibile, se ci fosse dell’altro che gli adulti non mi volevano dire. Ho conosciuto le altre religioni e, effettivamente, sono tutte valide: chi ha stabilito che Dio deve essere solo come il verme solitario e non accompagnato da una pletora di suoi simili? Chi ha detto che non possa avere un sacco di braccia?

Insomma a tutti quelli che fanno un’affermazione sicura e precisa io risponderei sempre “Dipende” e mi goderei lo spettacolo di averli messi in crisi.

La volta buona

Treno regionale da Sapri a Napoli. Un gruppo di donne sulla cinquantina chiacchiera amabilmente, quando un’altra donna, che passeggiava tra i sedili, le riconosce, si ferma a salutarle e a fare quattro chiacchiere. La nuova arrivata è bassa, in notevole sovrappeso, con pochi capelli corti, ricci e tinti di un improbabile biondo-rosso, le lenti degli occhiali spesse e i denti storti e scuriti. Per comodità la chiameremo Fenice.

Fenice: Oh! Ma che ci fate qua? Andate a Napoli? 

Donna 1: No, a Salerno.

Fenice: Ah, io invece vado a Napoli dal mio fidanzato. Lui è di lì, lavora lì e perciò ogni tanto lo vado a trovare. Però sta cercando di farsi mettere i turni di modo che ogni tanto lui possa fare qualche giorno da me. Ma tanto credo che ci sposeremo…

Donna 1: Addirittura? Io non sapevo nemmeno che ti eri fidanzata!

Fenice: Ah, ma io fino a poco fa non mi volevo fidanzate! Mamma me lo diceva sempre: “Perché non ti fidanzi con qualcuno?” E io rispondevo sempre: “Se mi devo fidanzate deve essere come papà: occhi chiari, alto…” Papà era così, un bell’uomo.

Donna 2: E questo che hai trovato è così? 

Fenice: Esattamente così. Ho aspettato per tanto tempo e niente; quando a 43 anni ho visto lui ho pensato “Questa è mamma che me l’ha mandato.” Me l’ha mandato lei dal Cielo così, com’era papà.

Donna 1: Ah…

Donna 2: Eh sì…

Le due donne e le altre due loro amiche si scambiano sguardi imbarazzati.

Fenice: Mò devo iniziare pure le cure ormonali, perché vogliamo un bambino.

Donna 2: Pure?

Donna 1 fulmina con gli occhi l’amica indiscreta.

Fenice: Ah sì, ora mi è capitata questa occasione e ora lo devo fare. L’ha voluto mamma, è proprio un segno del destino.

Donna 1: Beh… auguri! 

Fenice: Grazie! Era destino, è proprio come con mamma e papà. Deve essere così. 

Alla stazione a Salerno le amiche si precipitano verso le porte, mentre Fenice continua a salutarle amorevolmente e a invitarle a rivedersi presto.

È strano, forse, a 43 anni sognare un lungo futuro, ma che sia la volta buona

Che vorranno dire le stelle?

Riflessioni assonnate.

Tutto è umanizzato, non prendiamoci in giro. Viviamo in un secolo in cui la scienza ha raggiunto grandi traguardi e consente di vedere chiaramente gran parte della realtà, ma l’immaginario di ognuno di noi continua a umanizzare quel po’ che ancora non è stato brutalmente smascherato dalla logica.

Gli alieni non possono somigliare a dei comò, più inerti di una pietra ma comunque vivi; gli alieni devono essere per forza degli omini (grigi o verdi, poco importa) con grandi occhi e lunghe dita. Hanno armi e voglia di espandersi per tutto l’universo, distruggendo anche noi, quindi.

È evidente che si tratta di un mare di cazzate, ma non si sfugge: è quello che, d’istinto, hanno immaginato molte persone e molte altre non hanno potuto che convenire sulla verosimiglianza di un quadro simile.

Io, invece, voglio gli alieni come licheni: forme di vita insignificant; che a mala pena hanno coscienza di sé stessi; che non hanno organizzazioni politiche; che non hanno nemmeno un linguaggio vero e proprio ma uno scambio di informazioni telepatico – tra l’altro solo informazioni necessarie alla sopravvivenza.

L’unico briciolo di umanità lo vorrei dalle stelle. Vorrei che fossero loro, grandi incandescenti guardiani, a poter parlare e dire che cosa sta succedendo nell’universo, nel mondo. Il cielo come un enorme centralino: cosa avranno mai da raccontarci le stelle?

Chi è senza peccato

Un altro strano sogno dei miei, di quelli che diventano dei film.

1890, nella piazza di un piccolo paese. La piazza è grande e larga; l’unica strada per accedervi è una discesa abbastanza ripida, protetta solo da una ringhierina di ferro battuto. È domenica mattina e la piazza è gremita di tutte le brave famiglie che sgranchiscono le gambe dopo l’estenuante messa.

All’inizio della discesa la famiglia del medico (il giovane medico del paese, amato e rispettato da tutti per i suoi soldi più che per la sua professione) si è fermata a chiacchierare con quella dell’avvocato. L’avvocato è anziano, basso e grasso ed è fiancheggiato da sua moglie – che sembra più una sua ridicola copia in versione femminile: i due, con il loro spessore, occupano tre quarti della strada. Così l’elegante e arrogante medico e la sua sposa, che gli tiene testa sicuramente per quanto riguarda l’arroganza, arretrano sempre più verso la ringhierina, non calcolando di schiacciare, così,  a loro volta la loro bambinaia, che imbarazzata non sa più dove mettere lei e come mettere in salvo la carrozzina con la bambina.

La bambinaia ha un aspetto che suggerisce una vita molto triste: abiti dignitosi nella forma, quasi monacali, ma lisi e dai colori (anche se scambiati) scuri – che suggeriscono l’assenza di una famiglia propria, di una vita oltre quella della servitù. Unico vezzo è un cappellino nero con la veletta, ma anche questo è molto consumato, perché sicuramente in precedenza sarà appartenuto alla signora e ora sarà stato “benevolmente” ceduto alla bambinaia. 

Ad un certo punto la tragedia: la bambinaia, con la sua vergogna perenne e per la sua volontà di sparire ed essere meno ingombrante e fastidiosa possibile, arretra sempre più, fino a premersi contro la ringhierina di ferro. Avvocato e consorte avanzano, medico e signora arretrano. La bambinaia spinge più avanti la carrozzina con la bimba per non tenerla contro la ringhiera, ma in questo modo la slanciata troppo avanti e perde la presa; contemporaneamente le sue gambe premono troppo contro la ringhiera e, disgrazia vuole, era giusto il punto in cui la ringhiera stava cedendo. Ennesima pressione, la ringhiera cede, la bambinaia vola giù, cade sulla piazza e muore all’istante.

Il gelo nella piazza dura una frazione di secondo, poi donne che urlano e uomini che portano via mogli e figli. Ma la folla non si era ancora diradata del tutto quando un ombra scura si alza sopra il cadavere della povera bambinaia: l’ombra ha le sembianze della bambinaia stessa, ma con un viso più scuro e la piccola veletta nera si è trasformata in un lungo velo spesso nero che la avvolge dalla testa ai piedi. L’ombra allunga un dito accusatore verso il medico e la moglie e, con una voce acuta, stridula, che entrava nelle ossa, grida tutti i torti che ha subito da loro e tutti i torti che il medico ha fatto a tutti i suoi pazienti. Il medico e la moglie sono presi dal terrore e negano tutto, ma questo fa solo adirare la grande ombra, che con un ultimo grido d’aquila si getta su di loro, li avvolge nel suo velo nero e li porta con sé sotto terra.

Ancora ai giorni nostri l’ombra si manifesta nella piazza: attende il momento in cui è gremita di gente per apparire, puntare il suo indice inquisitorio verso un peccatore ed elencare tutti i suoi torti; se il malcapitato osa negare quanto ha fatto verrà rapito dall’ombra, ma se ammettere tutti i suoi errori verrà lasciato in vita e nella vergogna.