Scegli il giorno

Dall’antichità, c’è sempre stato una sorta di calendario che scandisce le nostre vite. Ma non sempre gli eventi possono ascriversi a un giorno solo.

Con il calendario noi passiamo e regoliamo tutta la nostra esistenza. E per molte cose è anche necessario: data di nascita e di morte; data di inizio di un lavoro, data del matrimonio, data della morte di una persona cara, data di nascita di un figlio ecc.

Ma l’evento non è legato per forza al sentimento corrispondente. Uno festeggia l’anniversario di matrimonio e deve esserne felice, perché quello fu un giorno felice. Ma chi l’ha detto? Può darsi che in quel giorno era nervosissimo, e non solo per l’ansia del grande passo, ma anche contro il partner – nonostante tutto l’amore del mondo che c’era prima ed è continuato a esserci dopo. Può darsi che hanno litigato proprio il giorno dell’anniversario, ma due giorni dopo fanno pace. Quand’è, allora, il vero anniversario? Quando hanno litigato o quando hanno fatto pace?

Io direi quando hanno fatto pace, perché è in quel momento che il loro animo ha scelto di festeggiare la loro unione. Uno non nasce quando fisicamente abbandona il grembo della madre: per ognuno c’è un momento esatto – la prima caduta, la prima volta che ha mangiato qualcosa, il primo passo, la prima parola – che è un momento di gran lunga più epico di una nascita che accomuna tutti. Quello è il momento in cui si nasce davvero.

Per questo ho deciso che, in stile Cappellaio Matto di Alice nel paese delle meraviglie, sceglierò il giorno per festeggiare le varie ricorrenze a seconda del mio stato d’animo.

Cervello in moto

C’è sempre qualcosa di ricontrollare prima di imbarcarsi per qualche impresa.

E per impresa non intendo per forza qualcosa di grandioso, tipo costruire un acquedotto in Congo o roba simile. Un’impresa è anche andare alla posta a fare una raccomandata: bisognerà affrontare la fila, scrivere indirizzi su diversi pezzi di carta – e sperare si scrivere sempre quello giusto.

Un’impresa è anche farsi qualche giorno di vacanza. Avrò messo tutto in valigia? Ho prenotato i biglietti? E la crema solare?

Ma l’impresa più grande per me resta relazionarsi con le persone. Avrò detto qualcosa di male? Mi sono vestita da scema? Ho l’alito che puzza? Non dovrei fregarmene di tutte queste cose, ma il mio cervello ha il pilota automatico e si fa le stesse domande ogni volta che inizia un’impresa.

La domanda numero uno è: tutto a posto?

Breve riflessione in una giornata movimentata

Quando uno prende una fregatura da qualcuno in cui aveva riposto fiducia non deve perdere la fiducia in generale. Non fidarsi più di nessuno non aiuta, perché si sa che c’è sempre bisogno del consiglio di un essere umano per fare cose nuove. Bisogna solo prendere anche la fregatura come un consiglio da un essere umano (di merda): impara tutto ciò che non devi fare in un’occasione simile.

Chi fa da sé fa per tre, certo, ma anche sbagliando mai non si impara mai. Fidatevi, gente! E se prendete una fregatura avete solo imparato una cosa in più, ma al rovescio.

Tarantino e la mia rabbia

Stanotte un altro dei miei sogni da film. Questa volta Kill Bill style.

Immaginate uno stile da “Sin city” ma con più colori – anzi i colori sono super accesi e strani. Però la storia è incentrata su una protagonista in stile “Kill Bill”: una donna super incazzata, fortissima e armata di katana.

La donna si chiama Kovalski ed è riconosciuta in tutta la città come una pericolosa assassina spietata. Kovalski ha vissuto nell’ombra sin da ragazzina: venne addestrata unicamente per diventare un killer infallibile e ha vissuto esclusivamente per portare a termine le missioni che le venivano assegnate. Ora, però, ha capito il potere che l’addestramento e gli anni di esperienza le hanno messo tra le mani. Ha il potere di fare una strage, se lo vuole, e di prendere il comando della città, se le gira bene.

Decide allora di mettersi a lavoro e inizia a fare piazza pulita. Ne ammazza uno dopo l’altro, tagliandogli la gola o passandolo da parte a parte. L’unico lusso che si concede con le persone che più le stanno antipatiche è di infierire sul cadavere, ma prima di uccidere non frappone indugi. Niente “discorso del cattivo”: il classico monologo che nei film viene concesso al cattivo per spiegare come mai è così cattivo. Qui è tutto abbastanza chiaro; non c’è bisogno di specificare. E’ semplicemente incazzata col mondo e dirle “Stai calma!” non servirà.

Arriva a divertirsi nello spaventare la gente, ma sempre senza esitare a uccidere all’istante. Cammina con la lama ritta, sguainata davanti a sé, di modo che la luce dei pochi lampioni la illumini a distanza e annunci il suo arrivo. Ma, una volta arrivata davanti alle sue vittime, non lascia loro il tempo di dire “Ti prego, prova a ragionare…” che già sono in una pozza di sangue.

E’ arrivata quasi alla fine della sua opera. Sta andando, katana sguainata, verso il municipio per uccidere gli ultimi rimasti. Ecco, si sono già spaventati per la luce blu riflessa dalla sua lama. Hanno smesso di scappare, sono 5 di loro, ma sono tutti spalle al muro perché sanno che non potranno fare nulla contro di lei. Due donne, che hanno provato il disperato tentativo di parlare, hanno già la gola tagliata, quando, all’improvviso, un colpo di pistola colpisce in mezzo alla fronte Kovalski. Lei cade a terra e non c’è più niente da fare. 

Chi avrà sparato? Un poliziotto che ha smesso di farsi scrupoli e ha deciso di attaccare anche lui direttamente? Qualcuno della giunta preso dal terrore? Non lo saprò mai, perché io ero Kovalski e cado insieme a lei.

Mi sveglio e non sono terrorizzata, disgustata dal sangue visto o agitata. Sono rilassata come non mai. E sapete perché? Perché il Tarantino che vive nella mia testa ha dato un po’ di sfogo alla mia rabbia. Avessi davvero una katana…

Le piccole gioie

Sarò anche delle dimensioni di un dinosauro, ma dentro sono rimasta una bambina curiosa.

Sono ancora una bambina che si incuriosisce di cosa potrà mai essere il regalo della raccolta punti. Entro in un negozio e comprerei tutto ciò che è colorato e strano, anche se non mi serve davvero. Papà porta a casa le fragole e io sono felicissima. Compro al mercato una maglia da un euro e devo usarla immediatamente. Come agenda uso i diari scolastici e già a giugno sono in fibrillazione per comprare quello nuovo. Anche se non ne ho la certezza, a inizio estate preparo i costumi perché voglio andare a mare.

Non sono sempre la depressona musona che vede tutto nero. Ogni tanto divento anche bambina e non mi dispiace.

Non si finisce mai

Di solito si completa la frase a seconda del proprio stato d’animo. Ma può restare anche così.

Più comunemente si dice “Non si finisce mai di imparare”, il che può valere sia valenza positiva che negativa. Può significare che si progredisce sempre, imparando nuove cose e accumulando esperienza. Può significare che deve succedere sempre una catastrofe che non ti saresti mai aspettato e che, da questo momento in poi, dovrai mettere in conto.

Da questa sfumatura semantica nasce una parallela “Non si finisce mai di soffrire”. Per dire che nella vita deve sempre capitare un accidente imprevisto che ti scombussola i piani. Questa accezione ha valenza solo negativa – a meno che non si sia masochisti.

Ma per me la frase può restare anche sospesa. “Non si finisce mai”. Nella mia vita, almeno, è così: il punto non è tanto se non finisco mai di fare nuove esperienze o se non finisco mai di subire; il punto è che non finisco mai di fare qualcosa. Anche nei momenti più calmi, quando credo di aver abbassato la vela e di aver deciso di lasciarmi trasportare dalle correnti, in realtà sto facendo sempre qualcosina, ho sempre quell’impegno che bisogna sbrigare prima che se no… 

La gente stanca solitamente ha mal di testa. Io mi accorgo del mio movimento costante dal mal di schiena. Non riesco a stare seduta per più di un quarto d’ora e se accade è perché sto lavorando. 

Vi prego, ammollate la vita spericolata a Vasco Rossi e seguaci e a me datemi una sdraio in Costa Rica!

Sotto il sole

L’estate è amata solo dai bambini.

Siete delle persone adulte e dite di amare l’estate? Mentite sapendo di mentire! Sì, il caldo, il mare… ma quando lo vediamo il mare? Quando abbiamo le vacanze. E quando abbiamo le vacanze?

Non è mica come quando eravamo dei ragazzini e andavamo a scuola. Due mesi e mezzo di vacanze belle piene. “E i compiti per le vacanze?” Ma quando mai qualcuno si è consumato gli occhi a fare i compiti per le vacanze? Nemmeno le maestre avevano voglia di correggerli!

Il mare lo si gode solo da ragazzini. Quando si può scorazzare in giro anche col costume mezzo sceso che nessuno si scandalizza; quando il gelato te lo pagano i tuoi e la crema sulla schiena te la metterà qualcuno di buon cuore.

Noi adulti sappiamo solo stare sotto il sole a sudare. Come può piacervi l’estate?