Fra il banale e il complicato

Leggo quello che scrive il mondo e mi sento come un vecchio brontolone: incontentabile e granitico sulle sue posizioni.

Non voglio pronunciarmi sugli articoli di giornale, perché lì ne nascerebbe un’altra questione: in un mondo pieno di tante informazioni da miliardi di fonti, è più necessario continuare a riportare in maniera chiara le notizie e o è meglio strutturare l’articolo come un pezzo di letteratura? – Perché molti preferiscono stupire e smuovere le opinioni, invece di dire chiaramente cos’è successo.

Voglio soffermarmi stavolta sui nuovi brani di letteratura – sia quella “ufficiale”, che viene pubblicata dagli editori, che quella “clandestina” pubblicata sulla rete – che circolano e che mi capitano sotto agli occhi.

La malattia del “tutti possiamo essere poeti” prende spesso anche a me; ma da lì a dire “le rose sono rosse, le viole sono blu” (sebbene declinato in varianti sempre poco originali) credo che ce ne passi. Sembra che basti dire “il bene che ti voglio non lo puoi nemmeno immaginare” e si acclama il nuovo Montale.

Ma c’è anche chi, per distaccarsi vistosamente da questa corrente, si butta in giri di parole – ché solo parole restano, visto quanto sono vuote – arzigogolati e incomprensibili (probabilmente anche a loro stessi) solo per dimostrare che loro sono profondi. “Che significa?” gli provi a chiedere e loro ti attaccano, dicendo che se non capisci allora sei tu che non hai sensibilità.

O troppo accessibile o troppo complicata; o troppo banale o inutilmente ardito: sarà per questo che nessuno ha più voglia di leggere e tutti aspettano che esca il film?

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