Che c’è che (non) va?

La felicità è qualcosa che non si nota. O meglio, è una condizione dell’animo a cui si tende a non dare importanza. Sembrerebbe il contrario: tutti la cercano; molti non riescono nemmeno a definirla bene, perché dicono di non averla mai provata. In particolar modo nelle arti si parte dal presupposto che qualsiasi creazione (canzone, quadro, componimento poetico) debba nascere da uno stato d’animo tormentato e triste, poiché dalla felicità si ricava ben poco.

“Il riso abbonda sulla bocca degli stolti” e perciò la felicità viene associata a una leggerezza, mentale e morale, che porta a compiere solo gesti poco profondi, come salti di gioia o vivere “senza pensieri”.

In realtà il raggiungimento della serenità (della felicità, perciò, oserei dire) è lo stato d’animo che raggiungiamo più spesso di quanto possiamo accorgerci e che apprezziamo meno di quanto diciamo di voler fare. Non riconosciamo nemmeno i momenti di felicità, perché ci hanno inculcato il pensiero che debbano essere solo momenti eclatanti. Ma non si deve vincere al lotto per essere felici: basta una boccata d’aria fresca dopo essere stati tanto al chiuso; basta camminare per strada e accorgersi di nuovi particolari che non si erano notati prima nei palazzi della propria città; basta avere un buon pasto e un lungo momento per assaporarlo per bene per essere felici.

Ma ci costringono a credere che non sono quelli i momenti da annotare. Quando si parla con gli altri è convenzione chiedere “Come va?” e ancor più convenzionale rispondere “Bene, grazie”; peccato che poco dopo inizierà inesorabilmente un elenco di piccoli guai e grandi fastidi della vita quotidiana. Mi sono accorta che, delle volte, arrivo persino a “mentire” pur di fare conversazioni – dettate solo dalla convenzione – del genere: ci sono delle volte che non penso sul serio che quel piccolo neo nella mia giornata possa costituire un vero problema, ma nella conversazione con l’altro lo mostrerò come una profonda afflizione, perché non è giusto dire “Sono felice così, grazie”, bisogna essere sodali con la sofferenza altrui.

Mi chiedo cosa c’è che non va nelle nostre teste? Perché dobbiamo cercare un motivo per lamentarci? La giusta domanda che uno dovrebbe porsi, prima di iniziare una qualsiasi conversazione, è “Cos’è che va?”: ci si meraviglierebbe nel rendersi conto di quante risposte positive verrebbero fuori.

2 pensieri riguardo “Che c’è che (non) va?

  1. Un collega una volta mi disse che “se qualcosa va bene non c’è niente di cui lamentarsi, perciò perché parlarne?”
    Forse l’idea è di non ostentare, forse di non portarci sfortuna.
    Forse le notizie totalmente positive non fanno così notizia.

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    1. Forse, ma quanto fa piacere parlare di cose allegre, rispetto alle solite continue lamentele! Si rimproverano tanto i poeti per essere sempre tristi e poi noi stessi possiamo parlare per ore dello sgarbo che ci è stato fatto dal tale autista del pullman o dal tale collega. Eliminare le negatività non fa mai male.

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