Oro triste

Liberamente tratto da un mio sogno.

Siamo nell’Ottocento, nella ricchissima casa di una famiglia di discendenza nobiliare. La padrona di casa è una donna pallida e minuta, con una folta chioma nera sempre tenuta a crocchia sulla testa. Questa donna è immensamente triste: come tutte le donne dell’epoca è stata costretta a un matrimonio di convenienza con un uomo più grande di lei, che non ama – e non la ama – ma con cui ha avuto ben cinque figli. Inoltre è stata completamente abbandonata nell’indifferenza più totale dalla sua famiglia, che preferisce concentrarsi sugli straordinari progressi economici del primogenito. La donna è persino disprezzata dai suoi stessi figli, che, vedendola sempre triste e dimessa, così dipendente da suo marito, non vedono in lei una figura da imitare o apprezzare, ma solo un’abitante della loro immensa magione, sullo stesso piano di quanto possa essere importante la cuoca.

Visto che vedeva scorrere via la sua vita, senza alcun senso, senza alcun valore, decise di iniziare una curiosa opera di collezionismo: proprio per avere almeno qualcosa che valesse nella sua vita, iniziò a mettere da parte ogni giorno della sua vita una moneta d’oro, una pietra preziosa, o qualsiasi oggetto, piccolo o grande, di valore. Le veniva estremamente facile: prima iniziò a prendere piccole cose lasciate in giro per casa – tanto nessuno prestava davvero attenzione ai dettagli, come nessuno prestava davvero attenzione a lei e a cosa stesse facendo. Poi iniziò a rubare piccole cose dalle case delle altre famiglie nobili e ricche frequentate dal marito. Infine iniziò a comprarle o rubarle in giro, durante i viaggi in cui faceva da ombra inutile all’importante marito. Col passare degli anni accumulò una vera e propria fortuna, che teneva nascosta in una delle tante piccole stanzette del seminterrato – altro luogo piccolo e insignificante, ignorato da tutti.

La donna, però, si ammalò e, poco prima di spirare, chiese un ultimo favore al marito: che venisse murata la porta di una certa stanzetta del seminterrato. Il marito non chiese né perché, né cosa ci fosse di tanto importante nella stanza: ignorò la moglie fino alla fine. Uomo molto superstizioso, però, accontentò la morta e fece murare la stanza, togliendo inconsapevolmente dal mondo quei tesori tanto a lungo accumulati.

Solo un secolo dopo, quando l’immensa casa era abitata da una nuova categoria di ricchi – meno nobili, ma più facoltosi di quelli dell’Ottocento – il tesoro fece sentire letteralmente la sua voce. Fra i nuovi occupanti della casa c’era il figlio più piccolo che, come la donna di tanti anni fa, si sentiva anche lui trascurato dalla sua famiglia e immensamente triste. Quando arrivò al culmine della disperazione, una notte, sentì una voce che lo chiamava dal seminterrato. Non aveva mai creduto al soprannaturale, ma visto che la voce si fece sentire tutte le notti per circa un mese, decise di seguire il suo istinto più irrazionale. Trovò la stanza e la porta non era murata, ma aperta, che aspettava lui. Vi trovò il tesoro e, come ipnotizzato, non poteva fare a meno di fissarlo.

Da quella notte iniziò ad andare ogni volta che poteva, di giorno o di notte, nella stanzetta a fissare quello che ora era il suo tesoro. Ma non poteva immaginare quanto fosse solo suo quel tesoro, fin quando un giorno suo fratello non gli impose, con la forza, di dirgli dove andasse ogni volta. Anche i genitori insistettero perché lui dicesse il suo segreto e, anche se lui aveva la sensazione di dover difendere fino alla morte quel suo piccolo tesoro, infine si arrese. Portò il fratello e i genitori davanti alla porta, che però stavolta era murata. Il fratello maggiore, preso dall’avidità di voler vedere il tesoro di cui aveva parlato il fratello minore, iniziò a distruggere il muro con qualsiasi strumento afferrasse. Ruppero il muro ed entrarono nella stanza, ma il tesoro non c’era più.

Era un tesoro triste e andava custodito solo da chi fosse solo e triste. Il ragazzo capì di aver perso quell’unico tesoro, che era destinato a lui soltanto.

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