Lei è la mamma di…?

Arriva il fatidico momento dell’incontro scuola-famiglia: l’universo intero trema e sta in attesa.

La prima fase è quella più banale: la mattina a scuola i ragazzi, sapendo che nel pomeriggio i loro genitori parleranno con l’altra metà del loro mondo, si comportano meglio delle suore orsoline. Tutti silenziosi e diligenti; hanno fatto persino i compiti che avevi assegnato un mese fa. Poi magari il giorno dopo, anche se i genitori li avranno tartassati di ramanzine, torneranno a sbavare dal sonno sui banchi, ma almeno per quella mattina hai l’illusione che vada tutto bene.

Poi arriva la fase due: la lunga fila di genitori che aspettano per parlare con te. Poca meraviglia se, per la gran parte, si tratta di mamme e non di papà: l’educazione dei figli, per molti, è ancora roba di cui se ne devono occupare “le femmine”. Forse in un’altra occasione parlerò della telefonata fatta a casa di un’alunna, a cui aveva risposto il padre della ragazza ma, non appena sente che chi parla è una donna e parla di scuola, passa prontamente la cornetta alla moglie borbottando “Io di ‘ste cose non me ne occupo…”

Ogni conversazione di quel pomeriggio comincerà con un “Lei è la mamma di…?” e, ogni volta che verrà rivelato il nome, nella mia mente avviene una piccola esplosione: come ho fatto a non accorgermene? Sono identici! Vedi seduto davanti a te, ma con molti anni in più e, nel caso dei ragazzi, in versione femminile.

“Il ragazzo va bene…”, “La ragazza non si impegna abbastanza…”: il resto della conversazione è un canovaccio già usato, talmente tante di quelle volte, che trascriverlo vuol dire scadere nel banale. L’altra cosa interessante è nella reazione di chi hai davanti: si passa dalla comprensione piena allo sguardo sospetto di chi vorrebbe insultarti, dirti che in realtà il proprio amato figliolo diventerà Einstein, e invece tace per non creare scompiglio.

La parte migliore di tutto ciò è una sola: a un certo punto i colloqui finiscono e si torna tutti a casa.

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