Giorno dell’Es

È il mio giorno, quando non mi voglio vestire bene.

Di solito sono un’amante del buon vestire. Intendiamoci: buon vestire non vuol dire per forza giacca e cravatta; anche t-shirt e jeans sono la perfezione. Buon vestire per me vuol dire che ogni cosa indossata armonizza con il resto, di modo sa non far credere di essere caduti nell’armadio coperti di pece e di aver indossato, poi, quello che era rimasto attaccato addosso.

Però la verità è che la mia adolescenza l’ho passata a indossare sempre e solo jeans (mai una gonna, manco per sbaglio), maglie o felpe (non sempre della mia taglia) e scarpe da ginnastica; il tutto quasi esclusivamente di colore nero. Abbinate bene le cose può essere anche bello, ma devo ammettere che su di me (un armadio che cammina) fa l’effetto di una bambina a cui hanno dato troppo fertilizzante.

Ecco, ci sono giornate in cui è già tanto se trovo la forza di uscire e chiamo quelle giornate “il giorno dell’Es”: si risveglia la mia adolescenza perenne interiore e torno a vestirmi di nero e con abiti sformati.

Il risultato? Felpa maschile di tre taglie più grande; jeans nero che mi lascia scoperte le caviglie e scarpe da running. Un vecchietto mi ha fermata per strada e mi ha chiesto “Ma lei gioca a pallavolo?” Volevo rispondergli “No, sono solo scema”

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