Il macchinista nel mio cervello

C’è un omino, tutto sporco di carbone, che lavora e lavora nel mio cervello.

Lo immagino con un camice che una volta doveva essere giallo ocra, le mani e il viso sempre chiazzati di nero dal carbone e i capelli arruffati.

Sono un po’ vintage, per questo immagino che, se nel mio cervello ci debba essere una macchina che lavora, deve esserci per forza una macchina a vapore che va a carbone, come le vecchie locomotive.

Ci sono delle volte in cui parlo con lui e gli chiedo “Potresti fare un po’ meno casino?”

“Vuoi che smetta di lavorare? Ottima idea, genio! Così sarai meno intelligente di una scimmia urlatrice.”

“Ma non intendevo arrestare tutte le macchine! Però… che so… tipo quella del rimurginare ogni tanto potrebbe spegnersi.”

“Mi pagano un tot all’ora per tenere tutto acceso e io lo faccio, va bene?”

“Ma anche la notte? Voglio dire, almeno la notte potresti riposare tu e lasciare in pace a me!”

Lui mi guarda, sembra soppesi l’idea almeno per un secondo, ma poi risponde secco “No.”

Eh va beh, c’ho provato. Un altro sabato mattina in cui mi sveglio alle sette – grazie a lui.

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