Il vaso di terracotta

Gli occhi spenti, la bocca vuota. Ho davanti a me un vaso di terracotta.
È piccolo e gli è stata data la forma di un aborigeno, seduto a gambe conserte. È grande appena da fungere come porta penne. Sulla testa ha una corona semplice, a semicerchio. Ha le braccia piegate a formare un angolo, che toccano sulle ginocchia.

    Mi guarda e dice “Tu ti lamenti del tuo naso che cola? E per me, che il tempo passa e non vola? Sempre qui, a bocca spalancata, ad aspettare che passi un’altra giornata.” 

    “Cosa vorresti che succedesse?” Gli chiedo.

    “Che cadessi a terra e in mille pezzi mi facessi. Non sarei più in questo universo, ma avrei fatto qualcosa di diverso.”

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